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Quando gli Italiani sognavano la “Merica”

Posted: Oct 01, 2015

Il tema dell’emigrazione, negli ultimi tempi, sta toccando da molto vicino l’Europa, che sta diventando meta agognata da gente meno fortunata che proviene da territori di guerra e di fame. Purtroppo è un fenomeno che non dà cenni d’arresto e che ci fa riflettere su quanto il mondo sia diviso tra chi vuole restare e chi scappare.

Gli Stati Uniti, sin dalla fine dell’Ottocento, per molti Italiani, hanno rappresentato un “sogno” da inseguire, il luogo in cui potersi realizzare. Infatti, troppo spesso, ci dimentichiamo di come noi, in passato, abbiamo interpretato il ruolo di chi “scappava” e cercava fortuna altrove e di come la storia dell’emigrazione italiana è costellata da tragici episodi di xenofobia, specialmente nell’ultimo decennio dell’Ottocento. L’avversione razziale nei nostri confronti è stata sempre una condizione con la quale convivere: l’abitudine a fare lavori pesanti e a vivere con poco sono caratteristiche che ci hanno fatto associare ai “negri” e quindi ad essere denigrati e trattati quasi come “bestie”.

Scegliere di andare negli Stati Uniti era motivato dall’attrazione verso un Paese in pieno sviluppo durante un periodo di “magra” nella propria Terra d’origine: la decisione di lasciare tutto spesso veniva presa sulla base di esperienze di parenti o amici già emigrati o invogliati dalle cosiddette “guide per gli emigranti” che raccontavano di posti stupefacenti al limite del surreale. Così, la disperazione spesso portava a comprare un biglietto per la “Merica” (che risultava anche più economico rispetto alle destinazioni del Sud America, altra meta di emigrazione italiana), dove comunque sarebbe stato facile trovare un lavoro, anche senza nessuna qualifica, grazie al fermento industriale e di sviluppo che viveva il Paese in quegli anni. Così ci s’imbarcava dai porti di Genova, Napoli e Palermo.

Per noi, che viaggiamo in poche ore e godendo di confort di tutti i tipi (e per tutte le tasche) da un capo all’altro dei continenti, è difficile immaginare i lunghi viaggi che erano costretti ad affrontare i nostri antenati Italiani, a bordo di navi stipate di passeggeri di terza classe, costretti ad occupare la parte più bassa della nave, in cui lo spazio vitale e l’aria da respirare bisognava conquistarseli.

Una volta arrivati al porto di New York, e dopo essere rimasti a bocca aperta e naso all’in sù incrociando la Statua della Libertà, si passava al vero e più duro impatto con quel “sogno” che così dorato poi non era…

I passeggeri di terza classe venivano sbarcati ad Ellis Island, soprannominata “Isola delle lacrime”: da questi luoghi, a cavallo tra il XIX° e il XX° secolo, sono passate più di 12 milioni di persone prima di mettere piede ufficialmente nel “Nuovo Mondo” e cominciare una nuova vita …

Ellis Island è una delle tante isolette che sorgono nella baia di New York e divenne “ufficialmente” sede della Stazione Federale per l’Immigrazione il 1 gennaio del 1892. A metà del XIX secolo in Europa cominciò un esodo che si dirigeva sempre più numeroso sulle coste americane. Prima di allora il flusso era piuttosto contenuto ma per rispondere meglio alle esigenze legate all’immigrazione crescente, nel 1955, una sede fu aperta e gestita dallo Stato di New York a Castle Garden, su un’isola a sud-est di Manhattan. 

Col passare dei decenni l’Europa cominciò a subire una forte depressione economica e migliaia di persone furono costrette ad abbandonare il Vecchio Continente soprattutto alla volta del Nuovo. Inoltre, negli Stati Uniti stava prendendo il via la rivoluzione industriale, con un crescente processo di urbanizzazione. A questo punto fu necessario rivedere la politica di gestione dei flussi migratori cresciuti in gran fretta e, dalla gestione locale dello Stato di New York, si passò a quella Federale: dopo un breve periodo in cui la struttura per l’Immigrazione ebbe sede prima a Castle Garden e poi presso Barge Office, nel 1891 fu completata la struttura di Ellis Island che divenne la nuova sede più adatta e funzionale ad accogliere migliaia di emigranti al giorno.

In realtà si trattava di tre piccole isole, che furono destinate alla costruzione di una grande e unica struttura per accogliere e registrare i migranti: un’isola fu utilizzata come base per l’edificio amministrativo, una seconda per un grande ospedale e la terza per un piccolo ospedale per malattie infettive. 

La struttura originaria, interamente costruita in legno, fu distrutta da un incendio nel giugno del 1897, in occasione del quale andarono persi tutti gli archivi e registri dal 1840 al 1890. Il centro fu nuovamente spostato a Barge Office in attesa che a Ellis Island fosse ricostruita la struttura, che divenne operativa il 17 dicembre del 1900.

A questo punto va puntualizzato che l’esperienza a Ellis Island non era per tutti: i passeggeri di prima e di seconda classe potevano usufruire dei controlli direttamente a bordo della nave con cui avevano attraversato l’oceano, mentre quelli di terza classe, e quindi i meno abbienti, dovevano subire quella lunga trafila che non sempre aveva un seguito positivo.

Ma in cosa consisteva l’esperienza a Ellis Island?

Se pensiamo che la maggior parte di emigranti che sbarcavano sull’isola provenisse da situazioni di difficoltà e spesso da vite semplici e modeste, immaginiamo quanto dovrà essere stato spiazzante e stressante trovarsi in mezzo a gente che non parla la tua stessa lingua e che ti riempie di domande, non sapendo nemmeno cosa ne sarà della tua vita da quel momento in poi. Si arrivava stanchi, dopo giorni di navigazione in condizioni precarie, e confusi.

Gli emigranti erano sottoposti innanzi tutto a un esame legale e a un’ispezione medica in cui si stabiliva se i candidati fossero in salute o meno, benché la visita fosse molto breve e superficiale. Sull’aspetto della salute gli ispettori erano molto rigidi: la presenza di sintomi che riconducessero a malattie serie, handicap importanti (come la cecità o la sordità) o segni d’instabilità mentale, erano prerogativa di rifiuto ed era dato ordine di reimbarcare verso i Paesi di origine i “non idonei”. La natura "industriale" del processo e le difficoltà linguistiche facevano si che non fossero date spiegazioni. Di fatto sappiamo che solo il 2% dei richiedenti ingresso negli USA fu rimandato indietro.

Passati questi controlli, nel grande ed affollato salone chiamato “Registry Room” (or Great Hall), si attendeva la vera e propria intervista: 29 domande in tutto. Nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione, precedenti penali. La domanda più insidiosa era l'ultima: "Hai un lavoro?” La legge sul lavoro straniero del 1885 escludeva gli immigrati che erano giunti dall'estero con un contratto di lavoro. Occorreva dimostrare di essere in condizioni di lavorare e di mantenersi, ma senza dire di avere un lavoro già pronto.

I tempi d’attesa erano spesso lunghi ed estenuanti e, una volta dopo essere stati interrogati, ai candidati era assegnata una “ispection card” in attesa che i funzionari di Ellis Island esaminassero le loro pratiche e decidessero il destino d’intere famiglie.

Dopo questi controlli, se fosse rimasto qualche dubbio sullo stato di salute o sulla fedina penale, i candidati immigrati venivano trattenuti nella struttura per ulteriori accertamenti per un periodo variabile. Se tutto fosse filato liscio, ci si dirigeva verso le cosiddette “Scale della separazione” che segnavano il punto di separazione tra amici e famiglie, compagni di “esodo”, per le diverse destinazioni del Nuovo Mondo.

Ellis Island, come stazione federale per l’immigrazione, rimase in vita sino al novembre del 1954 (durante il corso della prima guerra mondiale, in corrispondenza della quasi totale cessazione degli espatri dall’Europa dovuti alle note vicende belliche, ebbe una breve parentesi come luogo di detenzione per gli “stranieri sospetti nemici”, già residenti ma appartenenti a Paesi in guerra con gli Stati Uniti) e in questi 62 anni di attività per l’immigrazione milioni di persone hanno cambiato radicalmente la loro vita.

Nel 1965 il complesso di Ellis Island fu dichiarato monumento nazionale e fu incorporato, di fatto, al parco storico della Statua della Libertà. Negli anni ’80 la struttura è stata interessata da un imponente restauro e dal 10 settembre del 1990 ha riaperto i battenti come museo federale dell’immigrazione visitato da migliaia di persone.

Oggi Ellis Island è aperta al pubblico, con un museo e un centro per i visitatori, dove le persone possono cercare negli archivi – digitalizzati – i nomi delle persone che passarono dal centro d’immigrazione. La visita al museo avviene prendendo il battello che porta i visitatori sia sull’isola della Statua della Libertà che su Ellis Island ed è compreso l’audio tour. Con il biglietto di viaggio del battello è compreso l’ingresso al museo.

Adesso arrivare in America è sicuramente molto più semplice e più comodo, ma, per non aver problemi, ricordate di controllare che il vostro Passaporto sia in regola e che abbiate richiesto la vostra Autorizzazione ESTA online, con almeno 48h di anticipo.

Vale la pena di fare una visita così emozionante, che ripercorre i luoghi (la struttura era costituita da molti ambienti con diverse funzioni), e riporta in vita le persone che, sebbene sconosciute, hanno contribuito a rendere gli Stati Uniti una grande nazione. Moltissimi Italiani hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Stati Uniti e sono diventati grandi uomini di cui essere orgogliosi. Con l’ausilio di fotografie, video e media, si potrà vivere un’esperienza forte ed educativa, se pensiamo che le origini di oltre 100 milioni di americani (ovvero del 40 per cento dell'attuale popolazione statunitense) risalgono a un individuo che attraversò la sua grande e rumorosa Registry Room.